La magia del sacrario dell'aereo di Capoterra

Sono passati quasi quarant’anni da quella tragica notte. 

La mezzanotte era trascorsa da poco, mentre la pioggia, la coltre di nubi e la mancanza di luna rendevano più buia e tenebrosa quella nottata di fine estate. 

Per chi, come me, ha più di cinquant’anni, il ricordo di allora é ancora ben presente: il 14 settembre 1979, alle 0.47 il DC9 dell’Ati - Linee Aeree Italiane - sigla I ATJC si schiantava contro le montagne di Capoterra, a pochi km dall’aeroporto di Cagliari-Elmas.

Era appena avvenuto il più grande disastro aereo per la Sardegna, con la morte di tutte le 31 persone a bordo, i 4 uomini di equipaggio e i 27 passeggeri. 

 

Per noi sardi, isolani abituati sin dalla nascita a dover salire su un aereo (o su una nave) per raggiungere il "Continente", quella tragedia fa parte della nostra storia. 

Su quell’aereo, disintegratosi contro le rocce, ci sarebbe potuto essere ognuno di noi... il destino aveva scelto le sue sfortunate vittime.

Sul monte Conc’e Oru (Testa d’Oro), ancora a distanza di decenni sono ben conservati i segni di quella triste giornata.

L’impervia e faticosa salita verso la cima, oltre 250 mt di dislivello in poco più di un km di distanza, lungo una sorta di rozza scalinata in terra e ciottoli, praticamente "scavata" nella vegetazione, può dare il senso di un pellegrinaggio verso un luogo sacro.

Perché é questa l’esatta sensazione una volta raggiunta la vetta, a circa 650 metri sul livello del mare: c’é qualcosa di mistico e trascendente in questo luogo che appare come un immenso sacrario laico.

 

Il destino ha scelto un posto speciale per il sacrificio di quelle vittime e pare aver costruito uno scenario magico e incantato intorno alle migliaia di frammenti del DC9, da pochi centimetri a diversi metri di dimensione, distribuiti in un’ area di qualche ettaro.

La vista é mozzafiato: la pianura del Campidano; lo stagno e le saline di Santa Gilla con sullo sfondo, solo a qualche km di distanza, la pista di Elmas, dove sarebbe dovuto atterrare quell’aereo; poi la città di Cagliari; la Sella del Diavolo e il golfo, sino a Villasimius. Anche la raffineria della Saras, dall’alto, é un bello spettacolo.

 

Qui la natura oggi trionfa in tutta la sua potenza espressiva, allontanando sotto un sudario favoloso i ricordi drammatici e struggenti di quella notte di morte. 

Non più fiamme, sangue, odore di kerosene e brandelli di corpi. 

Oggi i tanti pezzi dell’aereo, l’unica presenza materiale di quella notte di lacrime, sono parte integrante e fondamentale di una scenografia fatta di spettacolari rocce di granito, di migliaia di fiori colorati, di ginepri, corbezzoli e lecci che tra le proprie forme sinuose avvolgono le ali, la fusoliera, i motori, il timone di coda, che incredibilmente si sono preservati come se fossero lì solo da pochissimo tempo.

É veramente il più bel cimitero naturale che si possa immaginare, con una magica atmosfera di pace e serenità, che non può che scuotere l’anima.

 

É quasi incredibile ripercorrere la ricostruzione di quell’incidente.

I piloti, il comandante Pennacchio e il primo ufficiale Mercurelli, si erano letteralmente persi in quella terribile notte.Per evitare un’imponente formazione nuvolosa avevano deviato la rotta verso l’aereoporto di una decina di chilometri a Ovest; avevano spento i due radioaltimetri dell’aereo, entrambi guasti..., che avrebbero segnalato con un allarme l’eccessiva vicinanza al terreno; procedevano con un volo a vista, a soli 600mt di altezza, nel buio più completo; convinti di essere sul mare, avevano appena estratto il carrello per scorrere sulla pista. 

La montagna si é parata di fronte al muso del DC9 all’improvviso, un’ultima manovra disperata, la fusoliera che striscia sulle rocce e si spezza, poi lo schianto.

 

Non sono stati in grado di guidarli all’arrivo nemmeno i controllori di volo di Decimomannu, che li vedevano come un puntino su un radar, senza precisi riferimenti sulla loro posizione. Oggi, all’epoca del GPS di massa, delle app come Flightradar, sarebbe stato sufficiente uno smartphone da un centinaio di euro per salvare la vita a quelle 31 persone...

 

É stato il destino che ha deciso il loro percorso, e la loro sorte; é stato il destino che ha scelto come tappa finale delle loro vite la cima della Conc’e Oru, a 650mt di altezza sul golfo di Cagliari.

 

Una tappa della storia recente della Sardegna e del suo collegamento con il resto del mondo.

Un luogo bellissimo che evoca emozioni fortissime, assolutamente da non perdere !!!

 

... in ricordo delle 31 vittime di Capoterra

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Commenti: 1
  • #1

    Gina (sabato, 28 aprile 2018 11:31)

    Un reportage sereno per una triste memoria. Tutti loro ed anche i loro discendenti possono considerare i loro cari in un paradiso naturale.