Il Referendum: tra Svizzera e Italia una differenza sostanziale

 

 

Mentre in Italia il presidente del Consiglio, Renzi, e l'ex presidente della Repubblica, Napolitano, invitano all'astensione per farlo fallire, in Svizzera il Referendum è alla base della sua caratteristica più significativa: la Democrazia Diretta che fa del popolo il sovrano.


 

Mentre in Italia abbiamo un presidente del Consiglio e un ex presidente della Repubblica che invitano i cittadini a non andare a votare per un referendum, calpestando di fatto uno dei più elementari principi della democrazia, la Svizzera va avanti invece a forza di decisioni popolari: sono 4 appuntamenti annuali nei quali i cittadini aventi diritto di voto si esprimono su una quindicina di argomenti tra i più vari.

 

In Svizzera tutte le leggi possono infatti essere sottoposte al vaglio del popolo attraverso referendum non solo per essere abrogate, ma anche prima ancora di entrare in vigore.

Per qualsiasi nuova legge o modifica legislativa  è sufficiente raccogliere entro il termine di 100 giorni dall'approvazione in parlamento le firme di 50.000 cittadini per proporre un referendum cosiddetto "facoltativo". Se il referendum ottiene la maggioranza, la legge contestata non entra in vigore.

 

Esiste poi il referendum "obbligatorio" che è sempre previsto automaticamente nel caso di una qualsiasi modifica costituzionale decisa dal Parlamento, poiché  in questi casi il popolo dev’essere consultato.

 

Un ulteriore strumento, la "iniziativa popolare", consente ai cittadini svizzeri di proporre una modifica o un’estensione della Costituzione. Affinché l’iniziativa popolare riesca e possa essere sottoposta a votazione popolare è necessario raccogliere 100’000 firme in un periodo di 18 mesi. Le autorità  a quel punto possono presentare un contro-progetto all’iniziativa nella speranza che la popolazione e i Cantoni lo preferiscano alla proposta contenuta nell’iniziativa popolare. 

 

Dunque in Svizzera ai cittadini spetta sempre l'ultima parola e si può tranquillamente affermare che il popolo è sovrano.

E questo nonostante la partecipazione ai referendum sia tutt'altro che massiccia: difficilmente si supera il 50% dei votanti tra gli aventi diritto.

Come è giusto e lecito che sia, vota solo chi è realmente interessato, chi è riuscito a maturare un'opinione sull'argomento referendario. In questo modo chi si astiene delega agli altri cittadini  di votare, rimettendosi alla loro volontà.

Perché è questa una differenza sostanziale con l'Italia: non esiste il quorum.

Il risultato del referendum è sempre valido, a prescindere da quanti abbiano votato.

 

Il referendum in Italia non è mai andato a genio a partiti e politici. 

I padri costituenti lo temevano. Impegnati nel costruire il delicato sistema di equilibri, in una nazione in ginocchio dopo la guerra, sconvolta da decenni di dittatura del fascismo, consideravano il referendum e la sua democrazia diretta quasi un abominio.

Comunisti, liberali, socialisti, repubblicani: non c’era partito che non vedesse in quest’istituto un’arma pericolosa capace di terremoti.  

E così venne introdotto a fatica dopo uno stremante dibattito, imbrigliato e ridotto al lumicino, diventando lo spauracchio del Parlamento. 

 

E il quorum è il suo limite insuperabile, spessissimo in senso letterale, perché trasforma di fatto le astensioni in voti contrari, sfruttando tra l'altro a questo fine anche quella fisiologica  quota di cittadini che non vanno mai a votare, nemmeno in occasione delle elezioni.

Oltre a dar luogo a quella assurda campagna non a favore o contro il quesito referendario, ma spesso a favore dell'astensione, con il solo obiettivo di farlo fallire.

Proprio come sta accadendo in questi giorni  e come stanno facendo, senza rispetto per il loro ruolo istituzionale, Renzi e Napolitano, per boicottare il referendum sulle trivelle.

 

Se anche per questi atteggiamenti la distanza in Italia tra politica e cittadini diventa sempre più ampia,  il principale effetto della democrazia diretta elvetica consiste nel rendere i politici più attenti e riflessivi nel momento in cui propongono e approvano una legge. Essi sanno che quello che decidono potrà essere sconfessato dagli elettori e che quello che rinviano potrà essere portato al voto da un referendum propositivo (o, secondo la terminologia svizzera, da un’iniziativa dei cittadini). Devono quindi guardarsi dal prendere le loro decisioni in circoli ristretti per favorire i classici “interessi forti”, perché il popolo sovrano è sempre in agguato: nella confederazione, nei cantoni, nei comuni. Questo meccanismo allontana il rischio della corruzione e affievolisce la pressione delle lobbies, perché ha poco senso ottenere dal parlamento un risultato che potrebbe essere facilmente ribaltato dagli elettori.

 

Purtroppo noi sardi, come tutti gli italiani, continuiamo a essere trattati come sudditi e a subire decisioni calate dall'alto sulle quali non possiamo praticamente influire, assistendo a rituali parlamentari dove si fa e si disfa in funzione di logiche di potere spesso lontane dalle reali esigenze del paese.

 

Il risultato finale di queste due forme di democrazia, radicalmente e storicamente  differenti, è sotto gli occhi di tutti: una Nazione che è un'eccellenza riconosciuta e apprezzata nel mondo, in continua crescita in campo economico, tecnologico e sociale da una parte e un'altra che invece è in costante declino ormai da decenni con un popolo sempre più sfiduciato e sempre più in difficoltà.

 

Per chiunque abbia a cuore il futuro della Sardegna, che sia convinto che la nostra terra abbia un enorme potenziale che potrebbe garantire una vita più che dignitosa e serena ai propri abitanti, per chi come noi pensa che questo possa accadere solo con una Sardegna Indipendente e libera dall'Italia, non può esserci alcun dubbio.

 

C'è un solo modello dal quale prendere esempio  e imparare per costruire una nuova Nazione Sarda!!!

 

Scrivi commento

Commenti: 0